| Un patto per e con i giovani | 4 ottobre 2010 |
| Gli Appuntamenti Mondiali dei Giovani della Pace sono tappe significative di un cammino di formazione permanente che il Sermig porta avanti da anni. Insieme ai giovani che hanno fatto degli Arsenali la loro seconda casa abbiamo messo a fuoco un patrimonio di idee che sono il presupposto di questi Appuntamenti.
Rosanna Tabasso >>> |
Per aiutarli a diventare giovani - e noi adulti tornare ad esserlo - bisogna riappropriarsi del valore della persona. “Quando mi accorgerò che valgo?” cantiamo spesso all’Arsenale; è un modo un po’ scanzonato per rimettere la persona al centro di ogni cura: recuperare la propria storia, riannodare i fili spezzati di un passato magari difficile, riscoprire la preziosità di essere ciò che si è, conoscere le proprie attitudini per valorizzarle. Mettere la persona al centro significa darsi del tempo e trovare guide oneste che aiutino ognuno ad essere se stesso e poi ad agire. Tempo e maestri saggi sono indispensabili per ricomporre il puzzle scomposto, illeggibile di chi siamo. Non ci si forma da soli e non ci si forma solo per se stessi, un gruppo di riferimento con uno scopo condiviso da tutti è fondamentale per non essere inghiottiti dal niente. Senza modelli, senza persone che ci circondino di calore, di amicizia, di idee, di progetti per cui valga la pena spendersi, non si può crescere. Tutti abbiamo bisogno di sentirci attesi, cercati; di ricercare con altri il senso della vita, le motivazioni di un impegno; di recuperare il coraggio di andare avanti e di scendere più in profondità. All’Arsenale ci diamo spesso appuntamenti con tutti i nostri amici - e ce ne daremo anche di più frequenti - per non smettere di credere che si può sempre cambiare qualcosa di noi, della società, del mondo, per non smettere di prepararci, di formarci, di affrontare le difficoltà del tempo che viviamo. Insieme possiamo riappropriarci del tempo presente e progettare il futuro: “Giovane, il futuro sei tu” è uno dei richiami più forti degli Appuntamenti Mondiali dei Giovani della Pace. Ogni persona è proiettata verso un futuro che prepara e costruisce giorno dopo giorno; si resta persone se non si smette di vivere una dimensione di speranza per il domani fatta di sogni e insieme di concretezza, di ricerca e insieme di nuove scoperte, per ridisegnare il mondo. I giovani sono il futuro, ma sono anche gli eredi di adulti che insieme al progresso hanno riversato su di loro l’avidità sfrenata del consumismo, l’indifferenza, la corsa alla ricchezza. Bisogna sapersi riconciliare tra generazioni: gli adulti fare autocritica e i giovani saper discernere e raccogliere l’eredità buona del passato evitando gli errori delle precedenti generazioni. Questo patto con i giovani e per i giovani è un percorso necessario per recuperare il senso di essere inseriti in una storia che ci lega tutti, una storia che attraverso mille difficoltà cammina verso la luce. Il buono del passato diventa il presente su cui si poggia per trovare slancio verso il futuro. C’è un buio fitto che imprigiona questi slanci, il buio del sottosviluppo e della fame da un lato; il buio del non senso, della paura di vivere, dello sballo dall’altro. Tra questi estremi che uccidono vogliamo dare voce, dare visibilità a chi crede che questo mondo si può cambiare, a chi crede nella responsabilità personale e ci sta a mettersi in gioco. Il tempo che cambia va affrontato con una formazione permanente che ci impedisca di sederci, di vivere ai margini della vita, della società, del mondo. Gli Appuntamenti Mondiali sono per noi tappe particolarmente significative di un cammino di formazione permanente che ogni giorno, dentro l’Arsenale e fuori, offriamo a noi stessi e ai giovani. “Voglio, posso, comando…” si diceva un tempo; i primi due imperativi li teniamo per buoni, ma il terzo non può che tradursi in “mi impegno”: “Voglio, posso, mi impegno sintetizzano il percorso: voglio racchiude la determinazione necessaria a perseguire il progetto; posso indica la fiducia in se stessi necessaria a realizzarlo; mi impegno è saper concretizzare, dare concretezza alle utopie. La pace è un’utopia concreta. Abbiamo due strade davanti: la strada dell’odio o la strada della giustizia, dell’amore. L’uomo che usa saggezza sceglie quest’ultima, la sola che può portare alla pace. Sono ideali alti ma necessari ad elevare la nostra vita. Altre guerre oggi, per le dimensioni e per l’utilizzo di armi nucleari, batteriologiche o altro, porterebbero l’umanità all’autodistruzione. I giovani guardando alto, guardando lontano, ma con i piedi ben posati per terra, si preparano ad assumersi le proprie responsabilità e a portare l’umanità verso un orizzonte di pace. di Rosanna Tabasso |
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| L’Aquila, conferenza stampa |
26 agosto 2010 |
| L’Aquila, 27 agosto: per ridare un’anima al mondo |
23 agosto 2010 |
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È stando nel fango della vita che si porta frutto. E proprio dal basso della terra l’intreccio di sogni, ideali, comportamenti del Sermig ha dato vita ad uno stile che produce cambiamento, verso una realtà di pace e di solidarietà. Per questo a L’Aquila, il 27 agosto prossimo, la Fraternità del Sermig racconterà la sua “anima” per ridare un’anima al mondo.
Renato Bonomo >>> |
![]() Tutto è cominciato con la volontà di fare qualcosa di concreto per gli altri. All’inizio le attività erano simili a quelle di tanti altri gruppi che raccoglievano fondi e materiali da spedire a dei missionari sparsi nel mondo. Eppure l’obiettivo era già grande, a prima vista fuori portata: sconfiggere la fame nel mondo. Si può obiettare che tutto sommato sognare non costa nulla ma è interessante notare come il Sermig, sin dalle origini, non si sia arreso. Fin dall’inizio non si è impegnato solo per intervenire sulle conseguenze più gravi dei mali del pianeta ma si è messo in testa di cambiare il mondo eliminando quei mali alla radice. Oggi quel sogno non è spento, anzi, continua a sostenere le attività degli Arsenali - delle Pace e della Piazza a Torino, della Speranza a san Paolo, dell’Incontro a Madaba - arricchendosi di nuove sfumature e prendendo nuovi volti senza perdere il vigore di un tempo. Dal 1964 il Sermig è cresciuto esponenzialmente, ha moltiplicato le sue attività e i suoi servizi. Ma in fondo, perché? Non bastava svolgere con assoluta serietà e impegno il compito che ci eravamo prefissi, dedicando qualche ora alla settimana agli altri? Perché cambiare fino a diventare una Fraternità da 24 ore su 24, consacrando la nostra vita a Dio e al carisma della speranza? Tra i tanti motivi c’è sicuramente la porta sempre aperta degli Arsenali. Con la porta sempre aperta è stata scelta la strada della disponibilità. Trovando la porta aperta, la gente chiede e le domande sono spesso richieste di aiuto che ti commuovono tanto da metterti in discussione. Come quando, con l’Arsenale di Torino ancora da ristrutturare, qualcuno ci ha chiesto provocatoriamente dove andassimo noi a dormire la notte, indicandoci così la realtà di coloro che non avevano una casa. Dalla provocazione si è passati all’azione: appena resa agibile una parte dell’Arsenale, è cominciata l’accoglienza. Senza tante domande come quella non saremmo cambiati e cresciuti. Dagli aiuti ai missionari all’accoglienza, dai giovani alle povertà delle nostre città, il percorso si è approfondito e arricchito ogni anno; come dice un proverbio brasiliano, “la strada si apre camminando”. Ma quello che ci ha stupito è che mentre “facevamo”, abbiamo cominciato a riflettere sul nostro “fare”. È nato quello che per noi è un patrimonio di pensieri, che si sono condensati nella “Regola del Sì” e che ci hanno cambiato la vita. Siamo partiti dal “fare” e il “fare” si è tramutato in “sapienza”, la quale non è altro che un’opera di senso che ci permette di ritornare al “fare” con una prospettiva nuova, all’interno di una comprensione accresciuta di quello che siamo e facciamo. Positiva o negativa che fosse, l’esperienza vissuta ogni giorno dentro e fuori le mura degli Arsenali, ha mostrato come fosse necessario orientare la nostra azione secondo delle idee, secondo un metodo. Le idee del Sermig sono quindi frutto della nostra storia. Cercando di porci nella maniera più umile possibile - ma convinti della forza delle nostre idee - siamo andati a consumare i gradini dei saggi perché potessero aiutarci a maturare, facendoci trovare soluzioni sempre nuove ed efficaci e verificando la forza e la solidità delle nostre riflessioni. Abbiamo capito così che il nostro tempo non ha bisogno di parole vuote ma di parole “piene”. Parole piene di storie, che vengano fuori dalla fatica e dalla gioia della vita, dall’incontro e dal confronto tra le persone, che abbiano conosciuto l’immondizia del mondo e che non la vogliano accettare. In questo modo hanno preso forma le idee, come la “restituzione” e la “reciprocità”, che il Sermig vive da anni e che ha cominciato a proporre per cambiare. Si potrebbe quasi dire che il respiro dei nostri Arsenali sia la “RESTITUZIONE”, la cui presenza ci ha accompagnato sin dai nostri primi passi anche se non ne siamo stati subito consapevoli. Aiutando gli ultimi ci siamo interrogati sui motivi di questo aiuto: le risposte a cui siamo giunti sono che nessuno è così ricco da non aver bisogno di nulla o così povero da non poter dare nulla; e quello che possiedo è un dono che posso far fruttare se lo metto a disposizione degli altri. Restituire è un’esigenza d’amore e l’amore non è mai una parola, ma è un fatto concreto; è la prospettiva in cui diventiamo custodi l’uno dell’altro. Vedendo tanta gente che ci ha sostenuto e si è fidata di noi, abbiamo imparato che il mondo cambia se ciascuno restituisce i suoi talenti, il suo tempo, i suoi beni. La restituzione ci invita a cambiare continuamente e solo così possiamo aiutare le persone a cambiare. Abbiamo imparato che quando nelle nostre case entra un “problema”, se lavoriamo bene esce una “persona” ed è seguendo questa direzione che ci impegniamo per dare un volto alla speranza. È il caso dell’accoglienza: nel corso della nostra storia abbiamo ospitato persone provenienti da più di cento nazioni. L’incontro con culture diverse ci ha fatto scoprire che un elemento fondamentale della pace è la “RECIPROCITÀ”. Essa presuppone il pieno reciproco riconoscimento dei soggetti di una relazione - ognuno per come è secondo la propria identità - e consiste nell’esercizio dei diritti e dei doveri di ciascuno. L’accoglienza è cresciuta seguendo i binari della bontà e della severità, perché non esiste un reale con-vivere senza regole e perché accogliere non significa solo dare letto, cibo e vestiti ma anche e soprattutto promuovere la dignità dell’altro e il suo inserimento sociale. Questa è la chiave del dialogo, che non “funziona” solo nell’ambito del volontariato ma può diventare principio guida per risolvere i conflitti tra comunità, popoli e Stati. In conclusione, varrebbe forse la pena riflettere sul significato del verbo “cambiare” che abbiamo tante volte menzionato. Oggi questo verbo rischia di perdere di senso, soprattutto in un’epoca come la nostra dove la tensione verso il futuro sembra svanire e dove spesso facciamo fatica a pensare ad un mondo più grande della realtà in cui viviamo. Spesso negli Arsenali si dice che il mondo cambia se cambio io! Non è un assurdo, se quando parlo del “mondo” non mi riferisco ad una realtà esterna ed estranea ma alla dimensione originaria in cui io sono presente, in cui la mia vita si declina in tutte le sue pieghe. Certamente la mia famiglia è il mondo, il mio lavoro è il mondo ma, se sono coerente, devo proseguire il mio ragionamento fino a dire che la politica è il mondo perché le sue decisioni mi riguardano, la salvezza del pianeta è il mondo perché ci vivo, la gente che muore di fame è il mondo perché loro sono come me. Se il mondo non mi è estraneo ma io ne sono parte, allora, cambiando io, comincio a cambiare la realtà che mi circonda. E cambiare conviene. La biologia insegna che la vita di un organismo passa anche attraverso ognuna delle sue cellule; basta una piccolissima mutazione in una di esse perché l’intero organismo ne risulti modificato. Per questo motivo di fronte a tanto fatalismo che va dal “tanto non serve a nulla” fino ad arrivare al “cambia tutto per non cambiare nulla”, abbiamo capito che non sempre bisogna essere al centro del mondo per cambiarlo. Un processo sicuramente lungo, ma prima inizia, prima porta frutto. Renato Bonomo |
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| Il mio ritorno alla vita |
20 agosto 2010 |
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Cocainomane a 16 anni, spacciatrice a 18. La droga che si mangia tutto: affetti, vita, dignità. La speranza che rinasce in una tragedia e in uno sguardo.
Matteo Spicuglia >>> |
Valentina ha gli occhi azzurri, sospesi a metà. Occhi che guardano avanti, a un futuro normale da costruire e da vivere. Occhi che non cancellano il male di ieri, un passato senza senso da cocainomane e spacciatrice. Una discesa verso l’abisso iniziata ad appena 16 anni. Valentina è una ragazza di Torino, volto acqua e sapone, famiglia benestante, gli anni della scuola, gli amici, la routine di una vita come tante. Poi, la voglia di trasgredire, la curiosità. La cocaina inizia a fare il suo lavoro: divora tutto quello che incontra, comincia a mangiarsi la vita di questa ragazza che oggi, a 23 anni, sta cercando di mettersi tutto alle spalle, attraverso un percorso in comunità. Valentina, come stai? È da sei mesi che non mi faccio più. Non è facile, ma ho capito che la mia vita non aveva più senso. Avevo perso tutto: gli affetti, il lavoro, la dignità. E per che cosa? Per la droga. Ricordi la prima volta? Sì, ho iniziato con le canne, poi sono passata alle pasticche e infine alla cocaina. Non avevo particolari disagi in famiglia, i miei genitori mi hanno sempre voluto bene, non mi è mancato nulla. Ho cominciato in discoteca per curiosità, nel gruppo degli amici. Sembra incredibile, ma nel mio giro, la persona strana non era quella che si faceva. Eri tu che magari, non volevi fumare. Per un po’ ho rifiutato, poi ho deciso di provare. Dove trovavi la droga? Se la vuoi, la droga è ovunque: a scuola, in discoteca, nelle strade. Basta volerla. Quando sei passata alla cocaina? Quasi subito. La prima volta l’ho fumata, la seconda l’ho tirata, la terza mi facevo già in vena. All’epoca stavo con un ragazzo che aveva già iniziato. Ricordo che una sera in macchina, vedendolo in condizioni penose, cominciai a piangere e a chiedergli: “Perché ti fai del male? Perché?”. Io non mi sentivo ancora una tossicodipendente, semplicemente perché non mi ero ancora bucata e non avevo neppure intenzione di farlo. Qual è stata la molla? Fu quel ragazzo a chiedermi di provare. Ma la colpa fu solo mia. Sono convinta che ogni persona nella sua vita sia sempre nella condizione di scegliere. Quella sera io avrei potuto dire sì oppure no. Decisi di dire sì. Come è cambiata la vita da quella sera? All’inizio, la cocaina ti fa sentire un figo. Ti senti onnipotente, in grado di fare tutto. Ma questo effetto dura un quarto d’ora. Dopo ti svuota dentro e fuori. All’inizio ti droghi per colmare un vuoto, ma quella voragine si allarga sempre di più. È una sensazione tremenda. Passi le tue giornate su un letto. Un’apatia totale. Eppure, non ne puoi più fare a meno. La droga diventa il tuo chiodo fisso, l’unico pensiero. Credi di poter smettere quando vuoi, ma in realtà sei già schiavo. Cosa significa essere schiavi? Cominci a perdere tutto. Non ci sono altri scopi nella tua giornata. I ragazzi della mia età il sabato sera uscivano insieme: il divertimento era la chiacchiera, una birretta in compagnia, magari la discoteca. Per me e le persone del mio giro, invece, il massimo era prendere la macchina, fare cento chilometri ad andare e cento a tornare, comprare la droga, chiuderci in casa intorno ad un tavolo e farci di roba tutta la sera. Non ti frega più niente della legge, di quello che possono pensare gli altri. Niente. Quanti soldi sei arrivata a spendere per la “roba”?Mi servivano fino a 200 euro al giorno. Come facevi? Per un drogato i soldi non sono un problema. Li trovi. Io ho fatto cose terribili. Ho cominciato a rubare in casa dei miei genitori. Quando lavoravo, buttavo tutto il mio stipendio nella cocaina. So di amici che addirittura hanno venduto il loro corpo per una dose. E poi, la cosa che oggi mi fa pi ù male, ho cominciato a spacciare. Mai uno scrupolo? Oggi se penso che ho venduto droga anche a ragazzi di 15-16 anni mi viene male, perché ho spacciato morte. Però, io avevo bisogno di soldi per la mia dose. È terribile, lo so, ma è così. Il nostro mondo era quello. Quando hai avuto la forza di dire basta? La sveglia me l’ha data la morte per overdose di due miei cari amici. Una cosa del genere ti fa pensare. Una sera, con assoluta lucidità, mi sono chiesta: “Valentina, ma ne vale la pena? Vale la pena perdere affetti, lavoro, una vita normale? E tutto per la droga?”. In quel momento, è scattato qualcosa. Ma la forza l’ho trovata nello sguardo di mio padre. Perché? I miei avevano capito tutto, ma in queste situazioni molte volte i genitori sono impotenti. Una sera, quando tornai a casa dopo il mio solito sballo, trovai mio padre ad aspettarmi. Con le lacrime agli occhi, usò parole durissime. “È finito tutto, non vedo più luce per te, ho perso la speranza. Ho solo il terrore che qualcuno prima o poi chiami a casa per dirci che ti hanno trovato morta in una strada o nel cesso di una stazione”. Terribile... Sì, ma purtroppo è così. Bisogna dire con chiarezza che la droga non ti offre nulla. Se non chiedi aiuto, se non decidi nel profondo di cambiare, le strade che hai davanti sono due: o il carcere, o la morte. Mi chiedo e dico: “Ne vale la pena?”. Oggi ho capito che fuori c’è un mondo bellissimo che ci aspetta, tutto da scoprire, da vivere. Senza droga. Perché è così difficile accorgersene quando si è ancora in tempo? Io credo che in fondo ci siano interessi più grandi. La droga è un mercato, noi siamo pedine. E poi c’è una grande leggerezza, non c’è un giudizio chiaro. In tanti ambienti, è normale drogarsi e, ripeto, la droga è ovunque. Come sta proseguendo il tuo percorso di comunità? Bene. Sono seguita da persone competenti che mi stanno aiutando. La strada non è facile. Oggi, come si dice, sono pulita, ma so che dovrò dire il mio no alla droga ogni giorno. Persone come me possono ricadere nel problema in ogni momento. Ma non sono sola. Qualche giorno fa, ho rivisto mio padre. Aveva uno sguardo diverso. Gli ho chiesto: “Papà, pensi ancora che non ci sia luce davanti a me?”. La sua risposta: “Adesso sì. La vedo”. Valentina, cosa ti aspetti dal futuro? Dal momento che la mia vita fino ad ora è stata anormale, non desidero niente di particolare. Una cosa sola: una vita semplice e normale. Matteo Spicuglia |
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| Kenya: intervista a Kizito Sesana |
16 agosto 2010 |
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Percorsi di riconciliazione nei drammi dell'Africa. Parla padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano in Kenya. Il perdono come chiave per arrivare alla pace con sé stessi e con gli altri.
Matteo Spicuglia >>> |
Come si fa a perdonare chi ti fa del male? “Inutile nasconderlo: è difficile. Forse, per chi crede nel Vangelo è più facile. Ma sottolineo il ‘forse’. Non ho una ricetta in tasca, perché quando ci si trova nelle situazioni concrete, il perdono è difficile per tutti. Sono convinto che si possa imparare solo dall'esempio. Solo così possiamo dire qualcosa sulla riconciliazione. Tutto passa dall’esempio che abbiamo davanti. Le lezioni di catechismo sono importanti, ma non servono a niente se non ci confrontiamo con vite credibili”. Quali sono stati i suoi maestri di riconciliazione? “Ho visto tanta gente capace di superare le divisioni, anche gli odi tribali. Penso agli scontri in Kenya del 1992, tutti strumentalizzati e guidati dalla politica. Di fronte a morti e dolori immensi, era commovente vedere come gli anziani dei villaggi riuscissero a riportare la pace nelle loro comunità. Non era per niente facile, anche perché la sensazione era che il male fosse davvero più furbo e potente di ogni sforzo”. Che metodo usavano quegli anziani? “La semplicità. A volte vedevi questi vecchi che con delicatezza dicevano: ‘Fermiamoci a riflettere. Non abbiamo ragioni di scontrarci tra di noi, facciamo dei riti tradizionali di pace’. Certo, la realtà è più complessa e i riti tradizionali spesso non bastano. Oggi, il problema è che il male quasi sempre arriva da fuori, alimentato da forze e interessi molto più grandi. Gli africani lo sanno bene e spesso nasce in loro un senso di impotenza, per esempio, quando vedono che le armi arrivano dall’esterno o che ci sono persone pagate per creare divisioni”. Cosa significa oggi parlare di riconciliazione in Africa? “Le divisioni tribali sono ancora una sfida. Penso a Nairobi, agli scontri seguiti alle ultime elezioni. Come dicevo, queste divisioni spesso sono pilotate, hanno radici recenti e superficiali. L’etnia è stata esaltata e sfruttata politicamente da chi può trarne un vantaggio. Al tempo stesso, non si può negare l’esistenza di culture e tradizioni che favoriscono un senso di appartenenza e, a volte, di contrapposizione molto forte. Ci si scontra in Italia, lo stesso succede in Africa”. Come si esce da questo stallo? “Non ci sono molte strade da percorrere. Per me riconciliazione significa prima di tutto aiutare le persone a dialogare. Serve un confronto faccia a faccia. Chi sta dalle due parti di una barricata deve fare uno sforzo, anche se in precedenza ha ceduto alla violenza. Questo passo è necessario. Nulla può partire, al di fuori di un incontro”. Matteo Spicuglia |
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| Borgo Vittoria |
11 agosto 2010 |
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Giovani. Violenza. Morte. Pochi mesi fa, un quartiere torinese in lacrime per l’omicidio di un ragazzo di 15 anni. “Tutti ora siamo un po’ più soli qui”. Ma nasce la consapevolezza di sentirsi comunità.
Marco Grossetti >>> |
Ci sono le panchine tutte piene di scritte, ti amo e ti voglio bene. Ci sono gli scivoli e le altalene. Siamo in Via Vibò a Torino, e nella normalità di questi giardini maledetti, una domenica pomeriggio di questo inverno, Giorgio, un ragazzo di 15 anni, è stato ucciso senza motivo da due giovani di 17 e 26 anni. La sua colpa, non avere una sigaretta. Gli amici e i famigliari, insieme a tanti ragazzi e tanti genitori, hanno riempito i giardini di fiori, lettere e candele per ricordarlo. Molti riprendendo una famosa canzone hanno scritto: “Solo che non doveva andare così, solo che tutti ora siamo un po’ più soli qui”. Ora guardano il cielo con gli occhi pieni di lacrime, pensando a Giorgio come ad un Angelo, alla ricerca di un senso e della forza per andare avanti. Pochi giorni dopo, nello stesso quartiere di Borgo Vittoria, altri due giovani hanno ammazzato di botte il signor Domenico per rubargli la pensione. Con don Danilo Magni, della parrocchia di Nostra Signora della Salute, abbiamo cercato di capire che cosa c’è dietro questi episodi, cercando la speranza, oltre la rabbia e la tristezza per quello che è successo. La mamma di Giorgio ha detto subito: non vogliamo vendette, non vogliamo altra violenza. Questo atteggiamento e questo messaggio ribadito con insistenza dalla famiglia di Giorgino, soprattutto dalla mamma, ma da tutta la famiglia, anche dal papà, è stato fondamentale. Non si è tanto parlato di perdono, perché in quei giorni lì non era neanche umanamente possibile. Si è trattato piuttosto di dire: non facciamoci giustizia da soli, non confondiamo la giustizia con la vendetta. Dopo quello che è successo ci sono dei ragazzini nel quartiere che vanno in giro con il coltello. I ragazzi che vanno in giro con il coltello c’erano anche prima, il problema non è legato all’episodio di Giorgio. È importante che ribadiamo dei messaggi ai ragazzi, che tutti gli adulti lo facciano: per esempio se in discoteca il dj mandasse un messaggio chiaro da questo punto di vista farebbe del bene. La paura a volte non è giustificata, a volte c’è paura dell’altro perché non lo si conosce. In questi quartieri di Torino, molto popolari, impersonali, quasi quasi al di fuori della cerchia dei tuoi famigliari e dei tuoi amici più intimi, non ti puoi fidare di nessuno. È più comodo vivere così che non fare la fatica di aprirsi. All’interno di questi palazzoni uno non conosce nemmeno il suo vicino di casa, non fa niente per conoscerlo, e il fatto di sentirsi da soli aumenta il senso della paura dell’altro. Quali sono le responsabilità degli adulti? Gli adulti hanno delle responsabilità perché sono i modelli dei ragazzi. Alcuni sono dei modelli esemplari, e ce ne sono tanti, e hanno la responsabilità di continuare ad esserlo. E gli adulti che invece non lo sono forse devono mettersi una mano sulla coscienza, e magari provare loro a cambiare qualcosa per diventarlo. Un messaggio simile l’ho detto anche ai ragazzi, perché anche loro sono responsabili. Se un giovane va in giro col coltellino, si fuma le canne, ruba, compra la roba rubata, compie tutta una serie di piccole azioni che sono ai limiti, se non addirittura fuori, della legalità, è chiaro che questo crea un contesto di regole non scritto all’interno del mondo giovanile che poi porta alla violenza. Anche i ragazzi sono responsabili da questo punto di vista, sono chiamati a comportamenti eticamente corretti nei confronti e del prossimo e delle regole che governano la nostra società. Leggendo un qualsiasi giornale sembra che la violenza sia diventata la normalità in Italia. Rendere a tutti i costi quotidiana e spettacolarizzata la morte e la violenza, di sicuro indebolisce la coscienza di chi è più fragile, e chi è più fragile sono i ragazzi. Però con questo non voglio dire che c’è solo la stampa, ci sono anche tante altre cose. Per esempio qualche giorno fa leggevo, in un articolo de “ La Stampa”, che ci sono dei videogiochi dove vince chi violenta più ragazze. La diffusione di certi messaggi, di certe immagini, aiuta ad indebolire il senso del rispetto della vita, perché chi è più fragile, chi è meno interiormente formato, non riesce più poi tanto a distinguere il reale dal virtuale, o dalla notizia. Un sondaggio pubblicato in questi giorni dice che il 45% dei giovani italiani sono razzisti. C’è questo problema nel quartiere? Io trovo dei ragazzi che affermano di avercela con gli stranieri, e che ritengono che i problemi della nostra società, o del nostro quartiere, sono legati alla presenza degli immigrati. Al di là di questo mi pare che il problema non sia il razzismo, ma ancora la paura di quello che non conosci, perché mi capita di vedere un ragazzo che dice: io i marocchini non li posso sopportare. Poi magari diventa amico di un marocchino e con quello ci va d’amore e d’accordo e dice: però, no quello è diverso, perché è mio amico. Quindi diventare amico dell’altro, conoscere l’altro, fa abbattere tante barriere. C’è una speranza dietro questa storia? Secondo me sì, perché i segni che abbiamo visto, sia nei giovani, ma anche in molti adulti, sono estremamente incoraggianti: io ho visto degli adulti reagire in modo splendido. Oltre alla famiglia di Giorgino, molti adulti si sono messi in mezzo ai ragazzi per cercare di farli ragionare, e nello stesso tempo per accoglierli, accompagnarli, consolarli. E si sono visti tantissimi ragazzi che di fronte agli avvenimenti hanno saputo reagire in maniera dignitosa ed educata. Abbiamo visto tante belle scene di solidarietà, di vicinanza, di coesione, di meditazione, di preghiera, e tutte queste cose sono segni di speranza. Probabilmente alla fine di queste vicende il Borgo nel suo complesso ne esce con una rinnovata consapevolezza del proprio essere comunità. Marco Grossetti |
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| La riconciliazione dei fatti |
9 agosto 2010 |
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Il perdono rende la giustizia più significativa perché fa incontrare chi ha offeso e chi ha ricevuto l’offesa. Piantare semi di riconciliazione nella società mette in circolo il bene.
Guido Morganti >>> |
“Lei lo perdona?”, domanda il giornalista a chi ha subito una grave violenza, magari poche ore dopo il fatto. Il perdono diventa notizia, un qualche cosa che scatena l’emotività e l’audience, si può insinuare l’idea che se uno è perdonato se la passa meglio con la giustizia, che la pena sia relazionata al perdono. Se così fosse il “Non lo perdono” potrebbe implicare che la vittima vuole farsi giustizia da sé, che non vuole affidarsi alla giustizia umana. Tutto questo non ha senso: ritengo infatti che un sentimento così privato come il perdono debba essere eventualmente reso pubblico da chi se la sente. Ricordo Giovanni Bachelet che, al funerale del padre Vittorio assassinato dalle BR il 12 febbraio 1980, disse: “Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”. Questa preghiera colpì molto, anche le stesse BR. Tempo dopo in una lettera dal carcere confidavano: “Quelle parole ritornano a noi e ci riportano là a quella cerimonia, dove ha trionfato la vita sulla morte, e dove noi siamo stati, davvero, sconfitti nel modo più fermo e irrevocabile”. La riconciliazione diventa una forza ri-creatrice, affronta il male e dal male trae del bene, vede le situazioni e cerca di sollevarle. In questo senso gli Arsenali del Sermig sono diventati un laboratorio di riconciliazione tra chi vive realtà drammatiche e chi ha scelto di riconoscere nell’altro non un nero, un bianco, un delinquente…, ma semplicemente una persona. L’evangelico dar da mangiare agli affamati ha trovato risposta nell’apertura della propria visuale al mondo intero, intervenendo nelle emergenze e con progetti di sviluppo, nei posti di guerra con iniziative di pace. L’evangelico visitare i carcerati nel non rinchiuderli nella segregazione, ma organizzando iniziative di reinserimento. Il biblico invito a non opprimere lo straniero ha visto gli Arsenali pronti ad accogliere, impegnati a proporre un cammino di convivenza e integrazione con l’obiettivo di considerarci reciprocamente “come noi” e di porre nel dialogo interreligioso una speranza per la pace. Senza dimenticare i giovani, con cui la società deve riconciliarsi. La riconciliazione quindi è un bene che può circolare: se uno bussa alla porta del mio cuore o della mia intelligenza, apro la porta e mi impegno. Ne deriva che i segni di riconciliazione possono circolare e diventano l’icona di una società capace di amare e di servire, di chiedere perdono e di perdonare, di vivere riconciliati e da riconciliati. Quando con la mia intelligenza, il mio tempo, le mie risorse materiali e spirituali cammino nel mondo per vivere la riconciliazione, la riconciliazione diventa restituzione. Restituzione del dono della vita ai fratelli e, per chi è credente, al Padre. Guido Morganti |
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| Il dialogo del pianerottolo | 8 agosto 2010 |
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È possibile abbattere i muri religiosi e culturali? Da Cuneo, la storia di integrazione di Gurmuck, mungitore originario del Punjab. L’immigrazione diventa opportunità.
Matteo Spicuglia >>> |
Beinette, paesaggio senza tempo tra Cuneo e Mondovì. La cascina Giobbi ha più di 200 anni. È una testimonianza della società contadina di una volta. Il Piemonte delle famiglie patriarcali, la vita regolata dalla luce del sole, dal fluire lento delle stagioni, dalla pioggia che dà frutti o dalla siccità che chiude il cielo. Luoghi come questi hanno accolto i destini di uomini e donne che si sono impastati con la vita dei campi e degli animali. Giuseppe Bottasso porta ancora avanti la tradizione. Si illumina quando parla della storia della cascina dei suoi avi. Insieme a lui, i due figli, il fratello e i nipoti. Continuano tutti a vivere tra queste mura. In stalla, ci sono 450 mucche. Mungitura tre volte al giorno. Latte di qualità, richiestissimo dalle centrali della zona e di altre regioni, come la Liguria. Il lavoro è duro, ma le motivazioni superano la fatica. E poi, da qualche anno, Giampiero e la sua famiglia non sono più soli. Ad aiutarli sono arrivati nuovi dipendenti: tutti stranieri. Anche qui, come avviene in altre zone del Nord d'Italia, il lavoro di stalla è diventata una specialità degli indiani. La mungitura, la cura degli animali, la pulizia delle stalle: gli italiani non vogliono più fare questo lavoro. Cercare fuori all’inizio è stata una necessità. “Ho provato a mettere degli annunci – racconta Giuseppe – ma questo lavoro è particolare e se non hai passione non riesci a farlo. Qualche giovane italiano ha provato e poi è andato via”. Perché gli indiani? “Me ne avevano parlato alcuni amici. Mi sono fidato e oggi non mi pento. Sono lavoratori e persone bravissime. La dedizione per il lavoro è totale. Oggi, non ho più dubbi”. Gurmukh Singh è arrivato alla cascina Giobbi nel 2005. Trentacinque anni, originario del Punjab, è di religione sikh. Ci accoglie sorridente con il suo turbante tradizionale. Racconta volentieri la sua storia. “In India stavo bene. Ho studiato, mi sono laureato in Scienze politiche. Forse, avrei trovato un lavoro, ma la vita sarebbe stata molto difficile, al limite della sopravvivenza”. Non ci sono grandi motivazioni nella scelta di lasciare tutto e partire. “È triste dirlo, - dice Gurmuck - ma parti esclusivamente per motivi economici. Nel cuore di ognuno c’è il desiderio di dare sicurezza a te e alla tua famiglia ed è normale cercare di farlo”. La molla scatta nel 2002. Gurmuck atterra a Roma. I primi mesi non sono facili: una lingua sconosciuta, un Paese nuovo, la nostalgia di casa. Poi, i primi lavoretti nell’agricoltura, i primi amici, il primo contratto in regola, il miraggio del permesso di soggiorno che diventa realtà. In Piemonte, una nuova opportunità, grazie alla segnalazione di un amico. Le porte della cascina si aprono presto: un lavoro sicuro, pagato bene rispetto ad altre situazioni. Oltre mille euro, più l’alloggio. Gurmuck si dà da fare, per Giuseppe e la sua famiglia diventa uno di casa. Il lavoro non è mai stato un ripiego. “In fondo, la mia è una vita sana. Lavorare con gli animali non mi pesa. Per questo devo dire grazie alle mie tradizioni”. Gurmuck è figlio di una cultura contadina che non considera degradante la vita dei campi. I sikh danno grande importanza ad ogni essere vivente: chi ha una mucca in certe zone dell’India è ricco, non muore di fame, ha tutto quello che serve. Ma c’è di più. “Per noi – spiega Gurmuck – ogni animale è sacro. Non consideriamo le mucche delle divinità, semplicemente rispettiamo la vita. Siamo vegetariani, un animale ha diritto ad essere rispettato. È come tra le persone: se io ti rispetto, anche tu fai altrettanto”. Fa un certo effetto vedere Gurmuck al lavoro, la delicatezza con cui accompagna le vacche alla mungitura. Loro ricambiano: tranquille, obbediscono ad ogni richiamo. La cascina in questi anni è diventata lentamente il luogo dove costruire un futuro. Gurmuck pensa ogni giorno alla sua famiglia, alla terra delle origini, alle radici. Non esclude di tornare in India un domani, ma per ora, dice, la sua vita è in Italia. A Beinette, un anno fa, è arrivata anche la moglie e ad ottobre è nato Avneet, ribattezzato già Bruno. “I nostri nomi sono un po’ complicati, – spiega Gurmuck – ce ne siamo scelti anche uno italiano: io per tutti sono Gianni. Per il mio bimbo, ho pensato a Bruno perché come me è un po’ scuro di pelle”. Quando parla, Gurmuck ti fa capire che da queste parti l'integrazione non è mai stata un problema. Con il tempo il confronto tra culture è diventato un arricchimento, un’opportunità per allargare lo sguardo. Normale, ma non scontato: se vivi nello stesso cortile, i muri cadono automaticamente. A Natale, è stata una festa per tutti. E c’è grande rispetto anche per la religione dei nuovi arrivati. Alle pareti di casa, Gurmuck ha appeso le immagini dei guru sikh. “Sono come i vostri santi”, spiega. Ormai, i rapporti di lavoro si sono trasformati in legami di amicizia e condivisione. Il capo famiglia Giuseppe racconta con orgoglio di come la cascina si sia ripopolata. “Fino a qualche anno fa, eravamo rimasti più pochi. Ora siamo 22 persone, comprese le famiglie dei lavoratori. È bellissimo vedere questi luoghi abitati di nuovo dai bambini. Prima o poi, - dice Giuseppe con un sorriso - dovremo costruire le scuole”. Anche Gurmuck è contento. Oggi, le difficoltà degli inizi sono davvero tutte alle spalle. C'è una vita da costruire. Avneet Bruno già sorride. Matteo Spicuglia |
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| Dialogare è… | 4 agosto 2010 |
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Continuano le settimane di accoglienza dei giovani all’Arsenale della Pace di Torino. Sono anche settimane di preparazione al 3° Appuntamento Mondiale. Per questo i giovani sono invitati a riflettere e vivere i 5 punti della “Proposta per un nuovo stile di vita”, pubblicata su questo sito. >>> |
| La terza giornata del “Laboratorio” di confronto è dedicata al tema del dialogo. Tanti gli spunti. Eccone alcuni raccolti in un video. La Fraternità del Sermig |
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| Estate all’Arsenale della Pace | 30 luglio 2010 |
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Non è una discoteca né un locale alla moda. Perché i giovani ci passano le ferie? >>> |
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| Giordania: La nuova sedia di Rama | 28 luglio 2010 |
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Madaba, Arsenale dell’Incontro. Il dono di una carrozzina trasforma la sofferenza di una famiglia che ha perso il figlio in opportunità per un’altra famiglia. >>> |
Alle 8,15 del mattino l’Arsenale dell’Incontro a Madaba si anima di voci festose: sono i bimbi, che frequentano la scuola del Sermig. Scendono felici dagli autobus e corrono nei corridoi pieni di disegni e cartelloni, pronti ad iniziare la giornata di studio e di gioco nelle aule colorate. Mentre passano con le insegnanti davanti alla sala di attesa, una bimba di 5 anni, Rama, con lo sguardo perso nel vuoto, improvvisamente si fa attenta al suono delle loro voci e sembra partecipare al chiacchierio dei ragazzini. La mamma la tiene in braccio perché la sua malattia le impedisce di stare seduta, di camminare e di seguire con lo sguardo. Quando il terapista chiama Rama per la seduta di fisioterapia, la mamma entra in palestra con lo sguardo triste e chiede come ogni volta: “Ma Rama potrà frequentare la scuola come gli altri bambini?”. Purtroppo la malattia della bimba non dà speranza per il suo futuro e le sedute che effettua presso la nostra palestra sono soprattutto un aiuto ai genitori perché imparino ad accudirla nel modo migliore. Oggi la mamma è particolarmente stanca perché Rama sta diventando pesante e difficile da portare in braccio: si muove con molta vivacità e senza controllo e rischia molte volte di cadere. Mentre guardo lei, che non riesce a muoversi né a giocare con i molti ausili che il terapista le propone, mi viene in mente Seif e tutte le attese che i suoi genitori avevano nonostante la gravità delle sue condizioni. Lo avevano circondato di ogni cura, avevano anche acquistato un carrozzina colorata per poterlo portare un po’ fuori. Ma Seif li aveva lasciati troppo presto. I genitori, per ringraziarci di quanto avevamo fatto per accompagnarli nel loro difficile compito, ci avevano lasciato la carrozzina, pregandoci di donarla a qualche bimbo malato che non poteva permettersi quella spesa. Guardo Rama e la mamma che con tanta angoscia cerca di tenerla in braccio e penso che i genitori di Seif saranno contenti di vedere la bimba spostarsi sulla carrozzina del loro figlio. Finalmente anche Rama potrà uscire di casa e accompagnare la mamma quando fa la spesa o va a prendere la sorellina a scuola. Faccio provare alla piccola la sua nuova sedia: sembra che ci sia stata seduta da sempre, gorgoglia felice e batte le manine! Fuori dalla scuola alcuni ragazzini della scuola si fanno intorno a Rama e lei appare più attenta e partecipe del clima festoso. Mamma e papà continuano a ringraziare e si guardano stupiti e sollevati: potranno portare Rama sempre con sé. L’amore di due genitori, che hanno lasciato aperto il cuore nonostante la sofferenza della perdita del loro piccolo, ha potuto portare serenità ad un’altra famiglia. Maria Pia |
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| Carmem e Ferem | 26 luglio 2010 |
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Brasile. San Paolo. Arsenale della Speranza. Tanti volti, tante storie. Lo stesso filo conduttore: solidarietà, essere vicini alle persone, farsi speranza. >>> |
Sono le 22.30, squilla il telefono. Dall’altra parte una voce preoccupata chiede informazioni precise sui nostri orari di accoglienza: “C’è un ragazzo haitiano che sta dormendo in Praça da República, è senza documenti ed è in città da poco... Posso mandarlo lì?”. L’interlocutore non è un operatore della Croce Rossa, né tantomeno un agente della Polizia Federale, è la voce delicata di Carmem, maestra d’asilo che ci ha “scoperti” attraverso il bazar del sabato mattina (mercatino dell’Arsenale). Ci siamo conosciuti poco alla volta. Ad ogni parola scambiata si accendeva una luce sulla sua (e sulla nostra) storia, fino ad un “incontro del martedì” in cui, davanti ad un microfono, ha condiviso un po’ della sua lunga giornata regalandoci alcune pillole della sua filosofia: “Sono convinta che il vero spreco della vita è nell’amore che non diamo, nei doni che non utilizziamo, nella prudenza egoista che non rischia niente e che, evitando il dolore, finisce con l’evitare anche la felicità”. Carmem è una persona felice perché – sono ancora parole sue – non ha mai aspettato di avere una macchina per andare a trovare un ammalato, di vincere alla lotteria per dare del cibo a chi ha fame, di avere una boutique di successo per dare dei vestiti a chi ne ha bisogno o di andare in pensione per preoccuparsi di qualcuno che sta soffrendo. Per lei è logico che chi ha bisogno va aiutato e da quando ha scoperto che all’Arsenale c’è chi risponde anche alle dieci e mezza di sera, non le sembra vero! Anche a noi non sembra vero di averla conosciuta! Arte-educatrice, specialista in Diritti Umani e mediazione di conflitti, ex volontaria del Programma di Accoglienza della Caritas di San Paolo e dell’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati)... se veniste all’Arsenale la domenica pomeriggio, la potreste incontrare mentre dà indicazioni, in francese o in inglese, ad un gruppo di nostri ospiti africani per conto dell’Istituto della Diaspora Africana in Brasile, di cui lei è direttrice esecutiva. Potremmo dirvi molto di piú su di lei, ma preferiamo che anche voi la conosciate un po’ alla volta. Per ora vi mandiamo una sua foto, all’Arsenale, seduta davanti ad un microfono. Già, seduta, perché Carmem non ha mai camminato, ma questo – lo avrete capito – non è decisamente la prima delle sue qualità. Sono le 6.30. Alla porta ci sono una trentina di uomini. Stanno aspettando di essere chiamati da Nelson e Imar, i due assistenti sociali che ogni giorno si occupano dei nuovi ingressi. In genere ciò che accomuna i neo arrivati è che sono letteralmente sfiniti e hanno bisogno di un luogo di ristoro. Ognuno con il carico la sua storia. Tra loro c’è un ragazzo alto, robusto, che alla richiesta di presentare un documento risponde timidamente di essere stato derubato al suo arrivo in città. Nel colloquio individuale Ferem – questo il suo nome – inizia a raccontare la storia del suo viaggio, che dall’incantevole spiaggia di Labadee ad Haiti – dove lavorava presso un’agenzia satellite della Royal Caribbean – lo ha portato a dormire su uno dei marciapiedi di Praça da República, a San Paolo. Una lunghissima storia che stiamo ancora conoscendo, ma che – come tutte le storie che passano da questa casa – hanno bisogno, prima di tutto, di ricevere speranza. Ferem ha lasciato Haiti prima del grande terremoto e da allora non ha più notizie dei suoi parenti. Sin dai suoi primi giorni di Arsenale ha scoperto la “Foresta che Cresce” (cfr. arsenaldaesperanca.org.br/floresta.html) che lo aiuta a far leva sui sentimenti migliori, a stare lontano dalla solitudine e a fare il bene. In questi giorni di grandi piogge tropicali lui è uno di quelli che una volta la settimana partecipa al gruppo che aiuta la Protezione Civile di San Paolo ad organizzare i viveri destinati alle famiglie colpite dalle alluvioni. Il fatto di non poter aiutare il suo popolo lontano, non gli impedisce di appoggiare chi è vicino. Carmem, che gli aveva indicato l’Arsenale, ora lo sta aiutando a riottenere i suoi documenti. di Simone Bernardi |
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| L’Aquila: conoscersi a merenda | 23 luglio 2010 |
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È quello che sta facendo la nostra Fraternità presente nelle zone colpite dal terremoto lo scorso anno. Ma non si tratta di una merenda qualunque… è la Merenda dei Popoli. >>> |
| Continua la presenza della Fraternità del Sermig a fianco delle popolazioni colpite dal terremoto dello scorso anno. Un terremoto i cui effetti sono ancora evidenti ovunque, portando con sé una disgregazione che rischia di non limitarsi agli edifici ma di estendersi alle comunità umane. Pochi i volontari rimasti sul posto. Tra di loro, molti sono giovani, provenienti da tutta Italia per delle settimane di servizio. Coordinati dalla Caritas con l’appoggio del Centro Servizi per il Volontariato, questi giovani con il loro aiuto alleggeriscono un po’ il quotidiano delle persone più disagiate. Molti tra loro hanno 15 anni o poco più, a dimostrazione del fatto che non è mai troppo presto per fare del bene. In particolar modo animano le attività dell’estate ragazzi, che qui prende il nome di “Estate a colori”, organizzate in 13 diverse località da comuni, Caritas, parrocchie ed altre entità in collaborazione tra loro. La sede è sempre una tenda, che funge da luogo di aggregazione sia civile che religioso. Proprio all’Estate a colori viene spesso invitata la nostra Fraternità, trovandosi così a visitare sia comunità che vivono nelle nuove case realizzate dopo il terremoto sia comunità che sono tornate nei loro alloggi d’origine. L’attività che proponiamo è la Merenda dei Popoli, una simulata che aiuta la riflessione sulle ingiustizie nel mondo. Un’occasione per incontrare i bambini, e con loro le famiglie. A fianco degli incontri con la gente prosegue l’opera organizzativa del 3° Appuntamento, fatta di sopralluoghi, coordinamento tecnico, incontri con le autorità interessate e quant’altro necessario a muovere una “macchina” che, in una zona dove il terremoto segna ancora pesantemente la realtà, è particolarmente delicata e complessa. Ne danno un’idea le foto che pubblichiamo. Rappresentano l’interno della basilica di Collemaggio, dove si svolgerà la parte centrale del 3° Appuntamento. Pilastri delle navate fasciati, pareti puntellate e consolidate da tiranti, volta inesistente sostituita da lastre in plexiglass… È l’opera del sisma sull’eredità dei secoli. E forse non è un caso che l’Appuntamento Mondiale si svolga tra queste mura, a rappresentare il sisma ben più grave che minaccia il nostro mondo… Fraternità del Sermig |
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| La rinascita di Riace | 21 luglio 2010 |
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L'integrazione come chiave per creare sviluppo umano ed economico. Arriva dalla Calabria un'esperienza concreta di cambiamento: l'incontro tra la voglia di riscatto degli italiani e quella degli immigrati. >>> |
Riace è un angolo della Calabria più bella: il mare, la natura, la storia. Nel 1972, furono trovati qui i bronzi greci famosi in tutto il mondo. Ma Riace è qualcosa di più: è un laboratorio di integrazione, un paese in cui, fuori dai luoghi comuni, le differenze e le diversità sono diventate per tutti una ricchezza. Riace non è lontana da Rosarno, la cittadina diventata famosa per la rivolta e lo sfruttamento degli immigrati. Appena 60 chilometri, per certi aspetti un altro mondo. Il sindaco Domenico Lucano, sin dalla sua prima elezione nel 2004, ha deciso di dare ali alle sue convinzioni. Gli immigrati? I rifugiati? Gli stranieri? Basta, considerarli un problema di ordine pubblico. Cambiare era possibile e anche necessario. Riace rischiava lo spopolamento: negli anni in tanti erano emigrati, soprattutto al nord. In paese, erano rimaste non più di 1.500 persone. “Un luogo di case senza abitanti si è incontrato con un gruppo di persone senza casa”, racconta il sindaco, orgoglioso per quello che qualcuno già definisce “Progetto Riace”. Il paese si è aperto gradualmente alla presenza di nuovi volti e culture. Attraverso finanziamenti governativi, il comune è andato a “cercare” nuovi residenti. O meglio, ha dato la disponibilità ad accoglierli. Prima i profughi curdi turchi o iracheni fuggiti dal Medio Oriente, poi i palestinesi e i rifugiati del Corno d'Africa. Nessun assistenzialismo, nessuna retorica, nessun pietismo. L'idea è stata quella di integrare subito i nuovi arrivati, aprendo le case, offrendo opportunità di lavoro. "All'inizio c'era un po' di diffidenza - ha raccontato in più occasioni il sindaco Lucano - ma in centro c'erano decine di case abbandonate, lasciate da chi era emigrato in un altro continente. Mi sono attaccato al telefono e i nostri concittadini emigrati in Venezuela, Argentina, Canada, Australia, non se la sono sentita di negare un tetto a chi cercava la fortuna altrove, come avevano fatto loro decenni prima. Così è cominciato tutto". Risolto il problema della casa, si è affrontato quello del lavoro. Idea semplice: recuperare gli antichi mestieri e le tradizioni del passato. Un obiettivo raggiunto a piccoli passi: oggi hanno riaperto le botteghe artigiane del centro ormai abbandonate. Quasi tutte sono gestite da rifugiati, che hanno partecipato a corsi di inserimento professionale, dalla lavorazione del vetro al ricamo e al cucito. Ma le ricadute non finiscono qui. I figli degli immigrati hanno scongiurato la chiusura delle scuole, sono stati creati nuovi posti di lavoro per insegnanti, il forno e la macelleria sono tornati a fare affari. E poi ci sono i progetti educativi del comune, che danno lavoro a oltre 30 ragazzi del posto. Insomma, si è creato un circolo economico virtuoso che ha messo in moto anche il turismo. “La nostra scelta - spiega ancora il sindaco - non dà solo lavoro ai nostri calabresi, ma attira anche un indotto che ha fatto rinascere tutto il borgo”. Per il primo cittadino, l'arrivo degli stranieri ha fatto incrociare aspirazioni profonde che oggi accomunano tutti gli abitanti di Riace. È la voglia di riscatto, quella di chi sta vedendo rinascere il proprio paese e quella di chi in Italia ha trovato un'alternativa alla miseria della sua patria. Un vero e proprio scambio che da queste parti apprezzano tutti. L'esperienza nata a Riace è diventata un simbolo, nonostante le minacce della criminalità. Altri comuni come Caulonia e Stignano stanno facendo lo stesso. La Regione Calabria ha indicato Riace come modello da seguire con una legge regionale che prevede politiche d’accoglienza per lo sviluppo economico delle comunità locali. di Matteo Spicuglia |
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| Far tacere il proprio io | 19 luglio 2010 |
| Per il Sermig il silenzio è una cultura, uno stile di vita non improvvisato. Dietro c’è un modo di pensare, un modo di essere. >>> |
Mi avevano detto: servono ulteriori accertamenti. Prospettiva: cancro. Una mazzata improvvisa che ti piega in due. La vicinanza dei miei cari e dei miei amici mi ha aiutato. Poche parole non di circostanza ma sentite, ti voglio bene, prego per te. Silenzi che valgono molto più delle parole, silenzi che ti entrano dentro e ti fanno percepire che non sei solo. Di qui nasce una nuova forza che ti fa rimanere aggrappato alla fede e alla certezza che Dio è buono. Fortunatamente per me, dopo quei famosi “ulteriori accertamenti”, la situazione si è risolta positivamente. Mi è rimasta la ricchezza di quei momenti che sono il risultato di un’esperienza che viene da lontano, maturata con gli amici del Sermig. Il silenzio è per noi un compagno di viaggio che permette di costruire idee, dare risposte concrete alle sfide della società, supportare iniziative e incontri. Sembra una affermazione azzardata, ma non lo è. Siamo agli inizi del Sermig, anni ‘60 e ’70. Ricorda il fondatore Ernesto Olivero: “Siamo nati in un’epoca di violenta contestazione contro tutto e contro tutti. Un’epoca in cui, per essere veramente cristiani, occorreva rivendicare, condannare, schierarsi secondo una ideologia. Ma noi eravamo convinti di restare attaccati a Gesù […] per lottare contro la fame, contro le ingiustizie che causano la miseria e, soprattutto, per lottare contro il peccato in tutte le sue espressioni di orgoglio e di egoismo, di odio e di violenza. È iniziato così un cammino che ha messo in gioco noi stessi,il nostro tempo, la nostra intelligenza, i nostri beni materiali e spirituali”. Il silenzio al posto delle grida ci ha permesso di capire che i nostri incontri, le nostre marce, dovevano essere momenti di pace, di testimonianza, di proposte concrete a favore della vita e della dignità di ogni persona. Abbiamo capito che ognuno doveva mettersi in gioco per non eludere la responsabilità personale, per non trovare la scorciatoia di scaricare unicamente sulla società, su altri, la causa delle ingiustizie, delle violenze, della vita senza ideali, per non trattare situazioni e problemi dimenticando le persone che li vivono. Due semplici esempi. Il Padre nostro è la preghiera che ci insegna a entrare nel “basso della vita reale” con il comandamento dell’amore, a non escludere chicchessia, ad allargare il nostro orizzonte al mondo intero. Non una semplice formula, ma una chiamata personale e comunitaria a sentirsi la responsabilità della costruzione del regno di Dio. La “restituzione” - il mettere in gioco al 100% ciò che si è e ciò che si ha a favore del bene comune - è un modo concreto per non fare dei bla bla, ma di agire concretamente e rimanere credibili. Fatti, non parole! Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa c’entra tutto questo con il silenzio. Ne è la premessa o, meglio, la condizione per innescare la speranza. Lo confermano l’esperienza di vita, le azioni concrete, le idee, la storia e la vita quotidiana del Sermig. Solo nel silenzio possono nascere le scelte forti. Se non faccio tacere il mio egoismo, non posso avere occhi per vedere e orecchie per ascoltare i problemi degli altri, dar vita alla restituzione, all’ascolto nel dialogo, al far bene il bene, al vivere gli ideali. Se non faccio tacere la mia paura non posso dare voce ai miseri e difenderli. E quando sto zitto non è perché ho paura di dire, sto in silenzio perché voglio vedere e capire meglio per poter innescare un vero dialogo. Silenzio non è mutismo. Se non faccio tacere la mia arroganza, la mia prepotenza, la mia presunzione, il mio orgoglio non recupero l’umiltà del “se vedi una persona saggia, va' presto da lei; il tuo piede logori i gradini della sua porta” (Sir 6,36), l’umiltà del far prevalere sul “me” la famiglia, la comunità, anzi, l’umanità intera e diventare capace di superare le diversità umane che ci distinguono con uno sforzo costante di vivere l’amore. Se non faccio tacere la mia apatia non riesco a impegnarmi “24 ore su 24” anche sacrificando molte delle cose che la cultura dominante e il quieto vivere propongono. Impegno che metta l’amore al primo posto, la non violenza come strumento politico, l’eguaglianza e la libertà come mete da raggiungere, la pace come stato abituale della società, l’essere prima del possedere. Se non faccio tacere l’indifferenza la commozione non entra nella mia vita. E se mi lascio dominare dall’intolleranza impedisco alla bontà di animare le mie azioni. “I buoni possono dire la verità nella carità, scoprire ciò che unisce, apprezzare il buono degli altri e riconoscere che le divisioni di oggi arrivano da errori, mancanza di carità, incomprensioni, interessi e paure di ieri” (dalla Regola del Sermig). Sono alcuni degli atteggiamenti di fondo che ho visto vivere e crescere nel Sermig, anche perché derivano da un precedente presupposto: il silenzio spirituale, che trovo ben sintetizzato dal “lotta attiva e contemplazione” che affianca la definizione di Sermig. L’ascolto della Parola diventa preghiera silenziosa e adorazione per capire cosa Dio vuole da noi. La vita sacramentale diventa l’innamorarsi di Dio e farlo entrare fisicamente nelle nostre azioni. La preghiera diventa dialogo con Dio, riconoscere che Dio è buono, è ascoltarlo, ringraziarlo, lodarlo, e stargli assieme come due innamorati. L’impegno concreto, la lotta attiva, non sono altro che un prolungarsi della contemplazione. D’altronde gli Arsenali del Sermig possono essere considerati monasteri metropolitani, luoghi di fraternità e di ricerca di Dio, risposta alle carità più urgenti e necessarie, laboratori dove le persone si incontrano per sognare, disegnare, realizzare un presente e un futuro di giustizia e pace, ma soprattutto sono aperti all’incontro con chiunque voglia ricercare il senso della propria vita. Negli Arsenali i giovani sono diventati i protagonisti di una speranza: con le loro scelte nate dal silenzio, squarciano il buio che spesso vuole avvolgere la vita perché hanno scoperto che la vita è un dono da non sprecare, da ridonare agli altri. E il silenzio è un buon compagno di viaggio. di Guido Morganti |
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| Giovani e silenzio | 16 luglio 2010 |
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Abbiamo ascoltato alcuni giovani che passano dall’Arsenale della Pace, per lasciare che fossero loro a parlare di silenzio. Molti hanno nascosto il loro imbarazzo con ironia, dietro un improvvisato silenzio stampa per non dover raccontare di una parola che fa un po’ paura, e di cui hanno tanto bisogno. >>> |
Quando andavo alle elementari l'ultima mezz'ora era dedicata spesso al gioco del silenzio: un gessetto nascosto nella mano destra o sinistra di un compagno, e il resto della classe che deve indovinare quale, perché la maestra ha la testa piena di bambini che fanno i bambini. Per Giovanni, 12 anni, il silenzio è quando la prof o gli educatori mi dicono di stare zitto perché se no impazziscono. È giusto usare il silenzio solo per difendersi dal rumore? Nel racconto di Saint-Exupery, “Il Piccolo Principe”, il protagonista racconta: Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio. Paola, 14 anni, al posto del Piccolo Principe si sarebbe già alzata da un pezzo: nel suo mondo il silenzio non esiste, perché tanto non lo faccio mai. Non ha neanche bisogno di pensare a quale possa essere il significato di quella parola, per cui non c’è spazio e non c’è tempo. D’altronde ogni giorno il 39,8% degli adolescenti italiani usa il telefonino per oltre 4 ore al giorno, e il 42,9% sta su internet dalle 2 alle 4 ore. Sono i dati del decimo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza realizzato dall’Eurispes e dal Telefono Azzurro, che hanno intervistato, tra gli, altri più di mille giovani dai 12 ai 19 anni. Sotto queste considerazioni c’è sempre la musica, ed ognuno ha la sua. L’ipod accompagna i giovani dappertutto, pronto ad essere acceso in qualsiasi momento. Anche il cambio dell’ora a scuola, pochi minuti tra un professore e l’altro, è diventato l’occasione per ascoltare una canzone, chiusi nelle proprie cuffie, più che per un abbraccio o una parola con quello seduto dall’altra parte della classe. Nibrass, 15 anni però ci fa vedere le cose da un altro punto di vista: fare silenzio è anche ascoltare musica, si arriva a se stessi attraverso il rumore, basta scegliere quello giusto. Anche per Riccardo, 15 anni infatti la musica è un buon strumento per pensare, è riflettere senza parlare. Quando Paolo, che di anni ne ha 25, racconta che fa silenzio un’ora al giorno, tutte le mattine, Paola, quella secondo cui il silenzio non esiste, gli risponde di non esagerare e spegne il registratore, perché ha bisogno di nuovo lei di parlare, per raccontare di Avrile Lavigne, la sua cantante preferita. Il silenzio è fatica, è una conquista che secondo tanti di loro può anche essere utile, fino a diventare indispensabile. Comunque qualcosa che serve. Elena, 13 anni, lo definisce come un momento per comunicare emozioni. Secondo Annalisa, 14 anni, è entrare in contatto con tutto quello che ci sta attorno e con la natura. Silenzio per i giovani è anche l'amicizia di qualcuno che ascolta, mentre gli adulti sono sempre di corsa. Almeno, questa è l’impressione di tanti ragazzi, come Annalisa che dice che tanto loro non hanno voglia di ascoltarti, e invece le amiche sì. Per Doina, 14 anni, le uniche a salvarsi sono le madri ogni tanto, ma un pochino, quasi mai. Per lei il silenzio è un momento durante il quale pensa a tutte le cose che non vanno o che potrebbero andare meglio. È una bussola di cui i giovani non possono fare a meno per non perdersi lungo la strada per diventare grandi. E se nessuno ascolta tutto il buio che hanno se lo tengono dentro. Sul suo blog Maria, 19 anni, scrive: vorrei riuscire ad urlare tutto questo mio silenzio ma so che nessuno riuscirà ad ascoltarlo, così resto immobile. In attesa di un aiuto, o di trovare la canzona giusta. di Marco Grossetti |
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| Le ferite invisibili | 13 luglio 2010 |
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È possibile il perdono tra padri e figli dopo l’esperienza della guerra? Il cammino è tutto in salita. Quasi impossibile. L’esperienza della Bosnia Erzegovina: le nuove generazioni pagano ancora i drammi di ieri. >>> |
Le chiamano ferite invisibili. Invisibili perché ti lacerano dentro, invisibili perché pregiudicano il futuro, invisibili perché nessuno ne parla. La guerra non finisce con i trattati di pace. Il dolore cova sotto la cenere, le divisioni tra generazioni anche, la riconciliazione tra padri e figli è il campo di una nuova battaglia. È quanto sta avvenendo in Bosnia Erzegovina, nel 1995 scenario di uno dei tanti conflitti della ex Jugoslavia. Oggi, si è tornati a sperare, ma ci sono persone che non riescono ad affrontare la vita con facilità, nemmeno dopo tanti anni. Tra i giovani, le situazioni più disperate. Le ragazze di allora, vittime degli stupri etnici. Almeno 20mila, 500 ragazzi nati dalla violenza. E poi, migliaia di bambini abbandonati e vittime di abusi, gli ospiti degli orfanotrofi. Oggi, tanti di loro sono giovani. Non hanno più riferimenti. Se prima della guerra, un orfano aveva la certezza di essere accolto da una zia o da un nonno, il conflitto ha cancellato anche questa prospettiva. I familiari stretti in molti casi sono morti o hanno problemi economici e psicologici troppo gravi per potersi prendere cura di un ragazzo. Hannah Cristina Scaramella ha lavorato per due anni nell’orfanotrofio di Tuzla. È un’artista e ha coordinato alcuni progetti di arte terapia sostenuti da associazioni, ong e privati, per aiutare i bambini e i ragazzi a superare i traumi della guerra, attraverso il disegno e la pittura. “Essere orfani o profughi in Bosnia – racconta - vuol dire non avere speranza per il proprio futuro e sentirsi impotenti, i più grandi dicono di sperare solo di poter emigrare appena raggiunta la maggiore età”. Al contrario, “il Paese ha bisogno che le nuove generazioni elaborino i lutti e l’orrore della guerra e siano capaci di superare l’odio”. Hannah descrive con lucidità i sentimenti di questi ragazzi: l’umiliazione, la rabbia, l’inadeguatezza. “Guardando e ascoltando questi giovani – spiega - sembra che la guerra li abbia ripuliti di tutto, costretti all’essenziale, portando via con sé quelle sembianze di stabilità e solidità che noi rincorriamo con tanta tenacia”. "Se la guerra è il cancro, - dice - il dopo guerra è una metastasi". I traumi rimangono, si riflettono anche sui bimbi nati dopo il conflitto, perché gli adulti non sono più quelli di prima, fanno i conti con disturbi psichici, con l'alcolismo, con un tessuto produttivo di fatto inesistente. Zero prospettive. Per le nuove generazioni, significa ricominciare da zero, “con le icone del benessere economico e del successo sociale come vestiti da indossare per coprire la vergogna di essere nudi di fronte al mondo”. Il progetto di Hanna è stato una goccia nel mare, ha aiutato i ragazzi tirare fuori con l'arte ciò che le parole non riescono a dire. “Molti di loro – racconta - hanno migliorato il proprio rendimento scolastico e i più grandi a fare progetti di studio per il futuro”. Piccoli segnali, ma la prospettiva della riconciliazione tra generazioni è molto lontana, schiacciata dalla disgregazione politica e sociale e dalla corruzione dilagante. Per Hanna, un bilancio amaro: "A tanti bosniaci viene da vomitare, a sentir parlare di perdono". Quello che vedi, purtroppo, è "il negativo che esplode". Si spera non per sempre. di Matteo Spicuglia |
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Ci sono le panchine tutte piene di scritte, ti amo e ti voglio bene. Ci sono gli scivoli e le altalene. Siamo in Via Vibò a Torino, e nella normalità di questi giardini maledetti, una domenica pomeriggio di questo inverno, Giorgio, un ragazzo di 15 anni, è stato ucciso senza motivo da due giovani di 17 e 26 anni. La sua colpa, non avere una sigaretta. Gli amici e i famigliari, insieme a tanti ragazzi e tanti genitori, hanno riempito i giardini di fiori, lettere e candele per ricordarlo. Molti riprendendo una famosa canzone hanno scritto: “Solo che non doveva andare così, solo che tutti ora siamo un po’ più soli qui”. Ora guardano il cielo con gli occhi pieni di lacrime, pensando a Giorgio come ad un Angelo, alla ricerca di un senso e della forza per andare avanti.
Quali sono le responsabilità degli adulti? 
“Lei lo perdona?”, domanda il giornalista a chi ha subito una grave violenza, magari poche ore dopo il fatto. Il perdono diventa notizia, un qualche cosa che scatena l’emotività e l’audience, si può insinuare l’idea che se uno è perdonato se la passa meglio con la giustizia, che la pena sia relazionata al perdono. Se così fosse il “Non lo perdono” potrebbe implicare che la vittima vuole farsi giustizia da sé, che non vuole affidarsi alla giustizia umana. Tutto questo non ha senso: ritengo infatti che un sentimento così privato come il perdono debba essere eventualmente reso pubblico da chi se la sente.
La riconciliazione diventa una forza ri-creatrice, affronta il male e dal male trae del bene, vede le situazioni e cerca di sollevarle. In questo senso gli Arsenali del Sermig sono diventati un laboratorio di riconciliazione tra chi vive realtà drammatiche e chi ha scelto di riconoscere nell’altro non un nero, un bianco, un delinquente…, ma semplicemente una persona. 
Beinette, paesaggio senza tempo tra Cuneo e Mondovì. La cascina Giobbi ha più di 200 anni. È una testimonianza della società contadina di una volta. Il Piemonte delle famiglie patriarcali, la vita regolata dalla luce del sole, dal fluire lento delle stagioni, dalla pioggia che dà frutti o dalla siccità che chiude il cielo. Luoghi come questi hanno accolto i destini di uomini e donne che si sono impastati con la vita dei campi e degli animali. 


Un lunedì pomeriggio ho suonato alla porta dell’Arsenale della Pace. Mi hanno aperto. Il cortile è diverso dal solito oggi. Giovani in ogni angolo: alcuni con la valigia o lo zaino in spalla, appena arrivati come me, altri seduti sui gradini della chiesa, altri ancora che scattano foto. Tutti, però, venuti per lo stesso motivo.
Per capirlo basta un giorno passato tra quelle mura, ma soprattutto tra quelle persone. Sempre sorridenti e pronte ad accoglierti, perché davvero vogliono condividere qualcosa con te. E forse hanno trovato la ricetta giusta, visto il numero sempre più grande di giovani che seguono il Sermig: solo quest’estate, infatti, ne passeranno circa 2.500.
Poi un po’ di riposo, ma per chi vuole sfogarsi c’è sempre un pallone e qualcuno disponibile a giocare. 

Alle 8,15 del mattino l’Arsenale dell’Incontro a Madaba si anima di voci festose: sono i bimbi, che frequentano la scuola del Sermig. Scendono felici dagli autobus e corrono nei corridoi pieni di disegni e cartelloni, pronti ad iniziare la giornata di studio e di gioco nelle aule colorate.
Quando il terapista chiama Rama per la seduta di fisioterapia, la mamma entra in palestra con lo sguardo triste e chiede come ogni volta: “Ma Rama potrà frequentare la scuola come gli altri bambini?”. Purtroppo la malattia della bimba non dà speranza per il suo futuro e le sedute che effettua presso la nostra palestra sono soprattutto un aiuto ai genitori perché imparino ad accudirla nel modo migliore.
Fuori dalla scuola alcuni ragazzini della scuola si fanno intorno a Rama e lei appare più attenta e partecipe del clima festoso. Mamma e papà continuano a ringraziare e si guardano stupiti e sollevati: potranno portare Rama sempre con sé. 
Sono le 22.30, squilla il telefono. Dall’altra parte una voce preoccupata chiede informazioni precise sui nostri orari di accoglienza: “C’è un ragazzo haitiano che sta dormendo in Praça da República, è senza documenti ed è in città da poco... Posso mandarlo lì?”. L’interlocutore non è un operatore della Croce Rossa, né tantomeno un agente della Polizia Federale, è la voce delicata di Carmem, maestra d’asilo che ci ha “scoperti” attraverso il bazar del sabato mattina (mercatino dell’Arsenale).
Potremmo dirvi molto di piú su di lei, ma preferiamo che anche voi la conosciate un po’ alla volta. Per ora vi mandiamo una sua foto, all’Arsenale, seduta davanti ad un microfono. Già, seduta, perché Carmem non ha mai camminato, ma questo – lo avrete capito – non è decisamente la prima delle sue qualità. 

Riace è un angolo della Calabria più bella: il mare, la natura, la storia. Nel 1972, furono trovati qui i bronzi greci famosi in tutto il mondo. Ma Riace è qualcosa di più: è un laboratorio di integrazione, un paese in cui, fuori dai luoghi comuni, le differenze e le diversità sono diventate per tutti una ricchezza. Riace non è lontana da Rosarno, la cittadina diventata famosa per la rivolta e lo sfruttamento degli immigrati. Appena 60 chilometri, per certi aspetti un altro mondo.
"All'inizio c'era un po' di diffidenza - ha raccontato in più occasioni il sindaco Lucano - ma in centro c'erano decine di case abbandonate, lasciate da chi era emigrato in un altro continente. Mi sono attaccato al telefono e i nostri concittadini emigrati in Venezuela, Argentina, Canada, Australia, non se la sono sentita di negare un tetto a chi cercava la fortuna altrove, come avevano fatto loro decenni prima. Così è cominciato tutto".
“La nostra scelta - spiega ancora il sindaco - non dà solo lavoro ai nostri calabresi, ma attira anche un indotto che ha fatto rinascere tutto il borgo”. Per il primo cittadino, l'arrivo degli stranieri ha fatto incrociare aspirazioni profonde che oggi accomunano tutti gli abitanti di Riace. È la voglia di riscatto, quella di chi sta vedendo rinascere il proprio paese e quella di chi in Italia ha trovato un'alternativa alla miseria della sua patria. Un vero e proprio scambio che da queste parti apprezzano tutti.
Mi avevano detto: servono ulteriori accertamenti. Prospettiva: cancro. Una mazzata improvvisa che ti piega in due. La vicinanza dei miei cari e dei miei amici mi ha aiutato. Poche parole non di circostanza ma sentite, ti voglio bene, prego per te. Silenzi che valgono molto più delle parole, silenzi che ti entrano dentro e ti fanno percepire che non sei solo. Di qui nasce una nuova forza che ti fa rimanere aggrappato alla fede e alla certezza che Dio è buono. Fortunatamente per me, dopo quei famosi “ulteriori accertamenti”, la situazione si è risolta positivamente. Mi è rimasta la ricchezza di quei momenti che sono il risultato di un’esperienza che viene da lontano, maturata con gli amici del Sermig. 
Quando andavo alle elementari l'ultima mezz'ora era dedicata spesso al gioco del silenzio: un gessetto nascosto nella mano destra o sinistra di un compagno, e il resto della classe che deve indovinare quale, perché la maestra ha la testa piena di bambini che fanno i bambini.
Nibrass, 15 anni però ci fa vedere le cose da un altro punto di vista: fare silenzio è anche ascoltare musica, si arriva a se stessi attraverso il rumore, basta scegliere quello giusto. Anche per Riccardo, 15 anni infatti la musica è un buon strumento per pensare, è riflettere senza parlare. 
Oggi, tanti di loro sono giovani. Non hanno più riferimenti. Se prima della guerra, un orfano aveva la certezza di essere accolto da una zia o da un nonno, il conflitto ha cancellato anche questa prospettiva. I familiari stretti in molti casi sono morti o hanno problemi economici e psicologici troppo gravi per potersi prendere cura di un ragazzo. 

